lunedì 5 maggio 2014

La fuga

In quel settembre del 1499 un’estate infinita stendeva la sua cappa sulla piana, affogando nell’afa il campo fiorentino che assediava Pisa. Mosche e zanzare avevan portato le febbri coi miasmi delle paludi. Prima della fine d’agosto parecchi soldati giacevano malati e diversi eran già morti.
A quel tempo non ero certo una signora e infatti mi trovavo nel campo, per il sollazzo degli assedianti.
Gli occhi sbarrati di Vitellozzo fissavano le velature del padiglione; il volto, già brutto di suo, era stravolto dagli attacchi di quartana; le sue gambe penzolavano molli dal saccone su cui era disteso, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Solo le dita parevano aver forza, insistenti nel tormentar le nostre carni.
Eravamo in due, nude, e lo lasciavamo fare, incapaci d’ingoiare il ribrezzo.
Delirava: “Dove sei, dannata fortuna!? Torna qui, volubile donnaccia!” Un brivido gli corse per il corpo: “Avanti, bombardate! Tirate giù quelle maledette mura!”
La notte di san Lorenzo lui e suo fratello Paolo avevan preso il forte di Stampace, ma le mura resistevano. I reggitori di Firenze volevano Pisa, subito, e i Vitelli erano i migliori Capitani di Ventura sulla piazza. Ma le mura resistevano, e i soldati si ammalavano.
I Commissari fiorentini li pungolavano. Ogni giorno chiedevano perché non si assaltasse.
“Non lo vedete da voi?” rispondeva Paolo stizzito.
Poi la quartana aveva messo a letto Vitellozzo e a Firenze cominciarono a circolar voci su un accordo segreto tra i Vitelli e i Pisani. In breve si parlò di tradimento e Paolo fu arrestato.
Il malato tossì. Una mosca si nutriva all’unto del suo sudore.
“Messer Vitellozzo, dovete venir con noi!”
Il Commissario si piantò a piè del letto e ci scacciò con un cenno. Sollevate da quel supplizio, andammo a rannicchiarci per terra.
Accanto al Commissario quattro soldati. Un passo indietro Tarlatino, fido compagno di Vitellozzo, gli faceva cenno di non andare, e incrociava i polsi ad indicar la sorte del fratello Paolo.
Vitellozzo tirò fuori un fil di voce: “Vedete come la quartana m’ha ridotto”
“C’è un carro pronto”
“Mai!” asciugò con la manica un filo di bava dal lato della bocca. “Sono il Comandante di questo campo. Verrò, ma cavalcando, dovessi morire. Lasciate che mi vesta”
“Fatelo!”
“Da solo”
“Sia. Son qui fuori, ma sbrigatevi!”
Uscito il Commissario, Tarlatino sollevò di peso Vitellozzo, corse verso il fondo del padiglione e ne tranciò la tela col coltello. Un’occhiata fuori, e sparirono.
Un attimo dopo il Commissario riapparve, notò lo sbrano nella tenda e bestemmiò. Vitellozzo gli era sfuggito: nudo, buttato di traverso alla sella, Tarlatino lo stava portando in salvo a Pisa.
Nel padiglione eravamo rimaste sole. L’Adele strisciò a recuperare le nostre vesti, e mentre s’infilava la sua mi toccò: “Su, torniamo alla tenda delle donne”.
Crollai le spalle. Mi tirò per un braccio, ma le feci  cenno di no. Muta le dissi basta, me ne vado, scappo anch’io. Poi corsi via con la veste in mano.
“Maria...”
Qualche giorno dopo, a Firenze, Paolo Vitelli venne decapitato.

Nanni Cheli - maggio 2014

2 commenti:

  1. La storia sembra promettere bene, forza Nanni, vai avanti e se devi pensare meno a ciacco, così sia!

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    1. La storia,quella volta, è andata come è andata, ma certo una fuga, anzi due, promettono un seguito. Vitellozzo è un personaggio storico, di quelli a tinte forti. La Maria no, lei incarna le donne in lotta per la sopravvivenza. Forse un giorno ci racconterà la sua storia.

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