Luigi detto Gino, otto anni
appena compiuti, era il più piccolo e seguiva la banda di bricconi zampettando
nei pantaloni corti, alti in vita, rattoppati e tenuti su da bretelle di corda.
Sulle esili spalle poggiava una canotta lisa, troppo grande per la sua
magrezza. Niente scarpe, ma i capelli ben pettinati con la divisa dritta, perché
“fuori si va in ordine”, gli ripeteva sempre la mamma.
Dopo aver passato le ore più
calde stravaccati all’ombra d’un olmo su al Prato, in serata era partita la
caccia all’Angiolina. Scopo: dimenticare l’unico tozzo di pane mangiato quel giorno,
e divertirsi a spese della mitica Sputaci, una stracciona oltre la cinquantina,
un tempo piacente ed ora ufficialmente ospite del Campo Profughi. In realtà
preferiva dormire su un sacco di paglia buttato per terra all’aperto, magari
sotto i Portici, incurante del clima. Per fumare raccattava le cicche ancora
accese e per mangiare chiedeva avanzi nelle bettole.
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| Giochi in Piazza Grande - foto di Mario Paolucci (Paomar) |
“Che c’è de nòvo?” chiedeva
entrando.
“Dice il Gósto che facevi la
puttana”
“Sìe, lavoravo con la su’ mama”.
Quella sera per le vie d’Arezzo
c’era movimento. Capannelli in Piazza Umberto e al Canto de’ Bacci, gruppetti
che discutevano, donne alle finestre.
La trovarono che veniva giù per
la discesa tra le Torri, in Colcitrone, e le fecero cerchio intorno: “Angiolina, ce la fai vedere?”
“Chiedetela alle troie delle
vostre sorelle”.
Uno da dietro fece per sollevarle
il gonnellone nero, ma lei furiosa roteò l’ombrello. Gli altri lo schivarono e
la botta la prese il Gino, dritta sullo zigomo. Finì per terra tra gli
schiamazzi.
“Bestie, delinquenti!” Brandiva
l’ombrello per la punta.
Poi cominciò a sputare, proiettili
umidi, potenti e precisi, e fu il segnale della fuga. Corsero via ridendo
sguaiati: “Sputaci! Sputaci!”
Si voltò verso il Gino rimasto per terra e sputò pure a lui. Un grumo giallastro lordò la canotta. Poi tornò sui
suoi passi imprecando contro i preti e l’infanzia.
In Borgunto una donna aveva messo
la radio sul davanzale e s’era adunata gente.
“Il Governo Italiano” gracchiò
l’apparecchio, “riconosciuta l’impossibilità…”
“E’ Badoglio” disse uno, “zitti!”
L’Angiolina s’aprì un varco a
ombrellate e s’allontanò verso Piazza Grande imprecando contro Badoglio.
“…ha chiesto l’armistizio al
generale Eisenhower…”
“E’ finita!” urlò un vecchio. “La
guerra è finita!”
“Finita” ripeterono altri,
increduli e frastornati.
Intanto il Gino s’era rialzato e
aveva deciso di tener dietro alla Sputaci, a distanza, per veder dove andasse.
Sentì la radio e le grida. Vide
gente correre chiedere applaudire abbracciarsi ridere e saltare.
“Se è finita, anche il babbo
tornerà a casa”, pensò, e prese la corsa per avvertir la mamma. Si fermò quasi
subito, però, all’angolo di Piazza San Francesco. Una camionetta e due camion
militari irruppero rombando nella piazza e ne scese una compagnia di Tedeschi
che si schierarono in fila e sull’attenti.
Il Gino li guardò allibito, poi
si toccò lo zigomo gonfio per l’ombrellata della Sputaci e si mise a piangere:
la guerra non era finita affatto.
Nanni Cheli - giugno 2014

Bravo Nanni, la storia si promette interessante e piaciosa, ti consiglio di continuare, magari verrebbe fuori un bel racconto.
RispondiEliminaIn effetti le storie della Storia hanno di bello che non finiscono mai. Quel giorno, poi, il pianto d'un bambino intuì che il peggio doveva ancora venire. Quante volte il Gino avrà visto in quegli anni mezzi e compagnie militari, ma l'irruzione di quel giorno era diversa: spezzava un'improvvisa speranza di pace.
EliminaL'8 settembre fu una breve illusione, confessata dallo stesso Badoglio e dal re in persona, che quella medesima notte scapparono da Roma.