In quel
settembre del 1499 un’estate infinita stendeva la sua cappa sulla piana,
affogando nell’afa il campo fiorentino che assediava Pisa. Mosche e zanzare
avevan portato le febbri coi miasmi delle paludi. Prima della fine d’agosto
parecchi soldati giacevano malati e diversi eran già morti.
A quel tempo
non ero certo una signora e infatti mi trovavo nel campo, per il sollazzo degli
assedianti.
Gli occhi
sbarrati di Vitellozzo fissavano le velature del padiglione; il volto, già
brutto di suo, era stravolto dagli attacchi di quartana; le sue gambe
penzolavano molli dal saccone su cui era disteso, le braccia abbandonate lungo
i fianchi. Solo le dita parevano aver forza, insistenti nel tormentar le nostre
carni.
Eravamo in due,
nude, e lo lasciavamo fare, incapaci d’ingoiare il ribrezzo.
Delirava:
“Dove sei, dannata fortuna!? Torna qui, volubile donnaccia!” Un brivido gli
corse per il corpo: “Avanti, bombardate! Tirate giù quelle maledette mura!”
La notte di
san Lorenzo lui e suo fratello Paolo avevan preso il forte di Stampace, ma le
mura resistevano. I reggitori di Firenze volevano Pisa, subito, e i Vitelli
erano i migliori Capitani di Ventura sulla piazza. Ma le mura resistevano, e i
soldati si ammalavano.
I Commissari
fiorentini li pungolavano. Ogni giorno chiedevano perché non si assaltasse.
“Non lo
vedete da voi?” rispondeva Paolo stizzito.
Poi la
quartana aveva messo a letto Vitellozzo e a Firenze cominciarono a circolar
voci su un accordo segreto tra i Vitelli e i Pisani. In breve si parlò di tradimento
e Paolo fu arrestato.
Il malato
tossì. Una mosca si nutriva all’unto del suo sudore.
“Messer
Vitellozzo, dovete venir con noi!”
Il
Commissario si piantò a piè del letto e ci scacciò con un cenno. Sollevate da
quel supplizio, andammo a rannicchiarci per terra.
Accanto al
Commissario quattro soldati. Un passo indietro Tarlatino, fido compagno di Vitellozzo,
gli faceva cenno di non andare, e incrociava i polsi ad indicar la sorte del
fratello Paolo.
Vitellozzo
tirò fuori un fil di voce: “Vedete come la quartana m’ha ridotto”
“C’è un
carro pronto”
“Mai!”
asciugò con la manica un filo di bava dal lato della bocca. “Sono il Comandante
di questo campo. Verrò, ma cavalcando, dovessi morire. Lasciate che mi vesta”
“Fatelo!”
“Da solo”
“Sia. Son
qui fuori, ma sbrigatevi!”
Uscito il
Commissario, Tarlatino sollevò di peso Vitellozzo, corse verso il fondo del
padiglione e ne tranciò la tela col coltello. Un’occhiata fuori, e sparirono.
Un attimo
dopo il Commissario riapparve, notò lo sbrano nella tenda e bestemmiò.
Vitellozzo gli era sfuggito: nudo, buttato di traverso alla sella, Tarlatino lo
stava portando in salvo a Pisa.
Nel
padiglione eravamo rimaste sole. L’Adele strisciò a recuperare le nostre vesti,
e mentre s’infilava la sua mi toccò: “Su, torniamo alla tenda delle donne”.
Crollai le
spalle. Mi tirò per un braccio, ma le feci
cenno di no. Muta le dissi basta, me ne vado, scappo anch’io. Poi corsi
via con la veste in mano.
“Maria...”
Qualche
giorno dopo, a Firenze, Paolo Vitelli venne decapitato.
Nanni Cheli - maggio 2014
La storia sembra promettere bene, forza Nanni, vai avanti e se devi pensare meno a ciacco, così sia!
RispondiEliminaLa storia,quella volta, è andata come è andata, ma certo una fuga, anzi due, promettono un seguito. Vitellozzo è un personaggio storico, di quelli a tinte forti. La Maria no, lei incarna le donne in lotta per la sopravvivenza. Forse un giorno ci racconterà la sua storia.
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