Dopo una
notte di pioggia battente, l’alba del 4 di giugno del 1502, un sabato, portò il
sole sulla fame di Arezzo, e gli sgherri
a casa di Nerone.
Lo
condussero in catene davanti al Commissario fiorentino, che lo accolse con un
“Botoli ringhiosi!” sibilato a mezza voce. Parlava con lui, il Commissario, ma
si rivolgeva a tutti gli Aretini: “Vi ribellate, ma io vi domerò. Fuori i nomi
dei congiurati. Subito!”
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| Il Palazzo dei Priori |
Nerone non
rispose e fu chiuso nelle buie segrete del Palazzone, nella Cittadella
fortificata da cui i Fiorentini dominavano Arezzo.
Si sentì
perso. La congiura, scoperta per la delazione d’un traditore, era naufragata
nel temporale di quella notte. Non avrebbe più visto la luce del sole, né
accarezzato più le messi mature dei suoi campi.
Poi la campana
suonò, forte, imperiosa. Gli Aretini uscirono dalle loro case riempiendo le
piazze, per scoprire increduli che le Porte erano state chiuse: il Commissario
aveva imprigionato l’intera città.
Le domande
s’incrociavano nervose: “Come mai? Che succede? Hanno davvero arrestato Nerone?
Perché?”
Nessuno
aveva risposte, finché un prete saltò su un carro davanti alla Porta sbarrata
di Santo Spirito, e arringò il popolo: “E’ per i grani! Ci vogliono affamare!
Nerone tentava d’impedire che ci togliessero altro pane, e l’hanno rinchiuso.
Liberiamo Nerone!”
“Nerone è un
traditore” affermò il Commissario davanti ai Priori riuniti. “Chi ha fatto
suonare la campana? Rimandate a casa la gente. Subito!” Ma non aveva armati
sufficienti ad imporre la sua volontà.
“Portatecelo
qui” propose il Gonfaloniere messer Lambardi, cittadino in vista. “Se è vero lo
faremo parlare e il popolo di calmerà”.
Quando lo
prelevarono, Nerone pensò che fosse per la forca, e invece lo condussero al
Palazzo tra due ali di folla che reclamava la sua libertà.
“Ribellatevi!”
gridò. “Mostratevi uomini!”
La moltitudine
assalì gli sgherri e tolse Nerone dalle loro mani, mentre di sopra, nel salone,
il Gonfaloniere faceva prigioniero il Commissario. “Le chiavi delle Porte.
Subito!” gli intimò.
| Il cavallo nero inalberato |
“Arezzo è
libera!” gridò il prete saltato in groppa ad un cavallo scosso.
“Libertà!
Libertà! Pane! Pane!” urlava la massa.
La campana
suonò mezzogiorno. Arezzo era tornata libera dopo più d’un secolo.
Seguì un
pomeriggio d’euforia, di saccheggi e di vendette, finché a sera il vento della
ribellione si placò e Nerone si ritrovò solo nella vasta sala d’armi del
Palazzo, a chiedersi cosa sarebbe successo l’indomani.
Girovagò tra
vecchie spade, vessilli sbiaditi, cotte di maglia arrugginite, elmi non più
indossati da decenni. Sollevò il coperchio d’un cassone e ne trasse una
sopravveste da battaglia che era stata bianca. Sotto il cavallo nero
inalberato, orgoglioso simbolo della libertà aretina, lesse un motto latino:
A cane non magno saepe tenetur aper.
Anche un botolo può tenere a bada un cinghiale.
Lentamente
la indossò, e uscì per tornarsene a casa. Nessuno, si disse, gliel’avrebbe più
tolta. Sulla piazza gli ultimi capannelli commentavano i gran fatti della
giornata: quel sabato i botoli aretini avevano ringhiato, e il cinghiale fiorentino,
impaurito, s’era rinchiuso in Cittadella.
Nanni Cheli - aprile 2014

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