domenica 6 aprile 2014

Il ringhio dei botoli

Dopo una notte di pioggia battente, l’alba del 4 di giugno del 1502, un sabato, portò il sole sulla  fame di Arezzo, e gli sgherri a casa di Nerone.
Lo condussero in catene davanti al Commissario fiorentino, che lo accolse con un “Botoli ringhiosi!” sibilato a mezza voce. Parlava con lui, il Commissario, ma si rivolgeva a tutti gli Aretini: “Vi ribellate, ma io vi domerò. Fuori i nomi dei congiurati. Subito!”
Il Palazzo dei Priori
Nerone non rispose e fu chiuso nelle buie segrete del Palazzone, nella Cittadella fortificata da cui i Fiorentini dominavano Arezzo.
Si sentì perso. La congiura, scoperta per la delazione d’un traditore, era naufragata nel temporale di quella notte. Non avrebbe più visto la luce del sole, né accarezzato più le messi mature dei suoi campi.
Poi la campana suonò, forte, imperiosa. Gli Aretini uscirono dalle loro case riempiendo le piazze, per scoprire increduli che le Porte erano state chiuse: il Commissario aveva imprigionato l’intera città.
Le domande s’incrociavano nervose: “Come mai? Che succede? Hanno davvero arrestato Nerone? Perché?”
Nessuno aveva risposte, finché un prete saltò su un carro davanti alla Porta sbarrata di Santo Spirito, e arringò il popolo: “E’ per i grani! Ci vogliono affamare! Nerone tentava d’impedire che ci togliessero altro pane, e l’hanno rinchiuso. Liberiamo Nerone!”
“Nerone è un traditore” affermò il Commissario davanti ai Priori riuniti. “Chi ha fatto suonare la campana? Rimandate a casa la gente. Subito!” Ma non aveva armati sufficienti ad imporre la sua volontà.
“Portatecelo qui” propose il Gonfaloniere messer Lambardi, cittadino in vista. “Se è vero lo faremo parlare e il popolo di calmerà”.
Quando lo prelevarono, Nerone pensò che fosse per la forca, e invece lo condussero al Palazzo tra due ali di folla che reclamava la sua libertà.
“Ribellatevi!” gridò. “Mostratevi uomini!”
La moltitudine assalì gli sgherri e tolse Nerone dalle loro mani, mentre di sopra, nel salone, il Gonfaloniere faceva prigioniero il Commissario. “Le chiavi delle Porte. Subito!” gli intimò.
Il cavallo nero inalberato
“Arezzo è libera!” gridò il prete saltato in groppa ad un cavallo scosso.
“Libertà! Libertà! Pane! Pane!” urlava la massa.
La campana suonò mezzogiorno. Arezzo era tornata libera dopo più d’un secolo.
Seguì un pomeriggio d’euforia, di saccheggi e di vendette, finché a sera il vento della ribellione si placò e Nerone si ritrovò solo nella vasta sala d’armi del Palazzo, a chiedersi cosa sarebbe successo l’indomani.
Girovagò tra vecchie spade, vessilli sbiaditi, cotte di maglia arrugginite, elmi non più indossati da decenni. Sollevò il coperchio d’un cassone e ne trasse una sopravveste da battaglia che era stata bianca. Sotto il cavallo nero inalberato, orgoglioso simbolo della libertà aretina, lesse un motto latino:
A cane non magno saepe tenetur aper.
Anche un botolo può tenere a bada un cinghiale.
Lentamente la indossò, e uscì per tornarsene a casa. Nessuno, si disse, gliel’avrebbe più tolta. Sulla piazza gli ultimi capannelli commentavano i gran fatti della giornata: quel sabato i botoli aretini avevano ringhiato, e il cinghiale fiorentino, impaurito, s’era rinchiuso in Cittadella.

Nanni Cheli - aprile 2014


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