martedì 3 giugno 2014

L'8 settembre

Luigi detto Gino, otto anni appena compiuti, era il più piccolo e seguiva la banda di bricconi zampettando nei pantaloni corti, alti in vita, rattoppati e tenuti su da bretelle di corda. Sulle esili spalle poggiava una canotta lisa, troppo grande per la sua magrezza. Niente scarpe, ma i capelli ben pettinati con la divisa dritta, perché “fuori si va in ordine”, gli ripeteva sempre la mamma.
Dopo aver passato le ore più calde stravaccati all’ombra d’un olmo su al Prato, in serata era partita la caccia all’Angiolina. Scopo: dimenticare l’unico tozzo di pane mangiato quel giorno, e divertirsi a spese della mitica Sputaci, una stracciona oltre la cinquantina, un tempo piacente ed ora ufficialmente ospite del Campo Profughi. In realtà preferiva dormire su un sacco di paglia buttato per terra all’aperto, magari sotto i Portici, incurante del clima. Per fumare raccattava le cicche ancora accese e per mangiare chiedeva avanzi nelle bettole.
Giochi in Piazza Grande - foto di Mario Paolucci (Paomar)
“Che c’è de nòvo?” chiedeva entrando.
“Dice il Gósto che facevi la puttana”
“Sìe, lavoravo con la su’ mama”.
Quella sera per le vie d’Arezzo c’era movimento. Capannelli in Piazza Umberto e al Canto de’ Bacci, gruppetti che discutevano, donne alle finestre.
La trovarono che veniva giù per la discesa tra le Torri, in Colcitrone, e le fecero cerchio intorno: “Angiolina, ce la fai vedere?”
“Chiedetela alle troie delle vostre sorelle”.
Uno da dietro fece per sollevarle il gonnellone nero, ma lei furiosa roteò l’ombrello. Gli altri lo schivarono e la botta la prese il Gino, dritta sullo zigomo. Finì per terra tra gli schiamazzi.
“Bestie, delinquenti!” Brandiva l’ombrello per la punta.
Poi cominciò a sputare, proiettili umidi, potenti e precisi, e fu il segnale della fuga. Corsero via ridendo sguaiati: “Sputaci! Sputaci!”
Si voltò verso il Gino rimasto per terra e sputò pure a lui. Un grumo giallastro lordò la canotta. Poi tornò sui suoi passi imprecando contro i preti e l’infanzia.
In Borgunto una donna aveva messo la radio sul davanzale e s’era adunata gente.
“Il Governo Italiano” gracchiò l’apparecchio, “riconosciuta l’impossibilità…”
“E’ Badoglio” disse uno, “zitti!”
L’Angiolina s’aprì un varco a ombrellate e s’allontanò verso Piazza Grande imprecando contro Badoglio.
“…ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower…”
“E’ finita!” urlò un vecchio. “La guerra è finita!”
“Finita” ripeterono altri, increduli e frastornati.
Intanto il Gino s’era rialzato e aveva deciso di tener dietro alla Sputaci, a distanza, per veder dove andasse.
Sentì la radio e le grida. Vide gente correre chiedere applaudire abbracciarsi ridere e saltare.
“Se è finita, anche il babbo tornerà a casa”, pensò, e prese la corsa per avvertir la mamma. Si fermò quasi subito, però, all’angolo di Piazza San Francesco. Una camionetta e due camion militari irruppero rombando nella piazza e ne scese una compagnia di Tedeschi che si schierarono in fila e sull’attenti.
Il Gino li guardò allibito, poi si toccò lo zigomo gonfio per l’ombrellata della Sputaci e si mise a piangere: la guerra non era finita affatto.
Nanni Cheli - giugno 2014