Ascoltava
seduto sul tallone del piede buono, mentre ciondolava la gamba storpia e
s’avvinghiava con un braccio alla spalliera della sedia.
Nell’affollata
sala del Palazzo Comunale tutti conoscevano il Pulezza, mendicante sporco zoppo
e ridicolo. Quello non era certo il suo posto, ma nessuno s’era preso la briga
di cacciarlo.
Il sole,
quella sera di metà giugno del 1289, accendeva le dorature degli stemmi dipinti
sulle pareti, ma lui era l’unico a goderne, in una adunanza triste fino alla
disperazione. Gli Anziani avevano convocato il popolo, chiunque volesse, perché
in gioco c’era il destino della città. Presiedeva Ildebrando Girataschi, un
nobile decaduto che chiamavano Giratasca, senza che vi fosse spregio in
quell’epiteto. Da giovane aveva combattuto a Montaperti e n’era tornato senza
una gamba, guadagnandosi a vita il rispetto di tutti.
Da alcuni
giorni, da quando cioè il vescovo Guglielmino aveva mosso l’oste aretina verso
Campaldino, lui era divenuto la massima autorità, tra le mura.
A Campaldino
c’era stata la disfatta ed ora i Fiorentini vincitori venivano a prendersi
Arezzo.
“Non c’è
tempo per il pianto delle vedove” disse il Giratasca a quell’assemblea di teste
chine. “Dobbiamo decidere se trattare la resa o difendere la città fino alla
morte”.
Dalla sua
posizione contorta, il Pulezza chiese la parola.
“Io dico di
resistere”. Qualche testa si rialzò.
“Meglio
morti che servi!” proclamò con enfasi grottesca. Un brusio d’approvazione
serpeggiò nella sala.
“Ma non dite
sciocchezze!” Tarlato, dei Tarlati di Pietramala, tra i pochi nobili sfuggiti
alla mattanza di Campaldino, si rivolse furibondo al Giratasca: “Con che
diritto si fanno parlare gli straccioni? È con loro che difenderete la città?”
Il popolo
tornò serio e muto. Il Giratasca replicò duro: “Rendiamo onore al vescovo e ai
cavalieri morti a Campaldino, ma chi ha perso non dovrebbe alzare la voce”.
Di nuovo il
Pulezza chiese la parola: “Io son figlio di nessuno: mia madre morì nel darmi
vita e quanto al padre, nessuno sa chi fosse. Così chiunque mi lancia un tozzo
di pane può esser mio padre, e dunque son figlio d’Arezzo. Per questo ho diritto
a parlare”. Si contorse sulla sedia: “Vecchi, donne e ragazzi difenderanno la
città e il nobile Tarlato ci guiderà”.
Il nobile
Tarlato s’alzò di scatto, torvo. Poi sbottò: “Pazzi!” e si fece largo verso
l’uscita.
Ippolita gli
si parò davanti sulla soglia. Campaldino s’era preso il suo uomo, e lei teneva un
bambino in braccio. Non disse niente, ma i suoi occhi parlarono per lei e il
Tarlati si vergognò d’essere scampato alla sconfitta. Serrò i pugni, si voltò e
grugnì: “Vi pentirete di questa decisione. Domattina all’alba voglio tutti al
Prato della Giustizia. Organizzeremo le difese e nessuno dormirà finché non
avremo rimandato a casa i Fiorentini”.
Uscì
evitando d’incontrare lo sguardo di Ippolita, e il brusio del popolo s’attaccò
a quel filo di speranza.
Il Giratasca
lanciò un’occhiata di gratitudine al mendicante e costui chiese a voce alta:
“Qualcuno ha un tozzo di pane per il Pulezza?”.
Nanni Cheli - aprile 2014
Liberamente tratto da un'opera di Guido Cherici e da "Ruga Mastra libro secondo", Seneca Ed., Torino 2008
