lunedì 28 aprile 2014

Il Pulezza

Ascoltava seduto sul tallone del piede buono, mentre ciondolava la gamba storpia e s’avvinghiava con un braccio alla spalliera della sedia.
Nell’affollata sala del Palazzo Comunale tutti conoscevano il Pulezza, mendicante sporco zoppo e ridicolo. Quello non era certo il suo posto, ma nessuno s’era preso la briga di cacciarlo.
Il sole, quella sera di metà giugno del 1289, accendeva le dorature degli stemmi dipinti sulle pareti, ma lui era l’unico a goderne, in una adunanza triste fino alla disperazione. Gli Anziani avevano convocato il popolo, chiunque volesse, perché in gioco c’era il destino della città. Presiedeva Ildebrando Girataschi, un nobile decaduto che chiamavano Giratasca, senza che vi fosse spregio in quell’epiteto. Da giovane aveva combattuto a Montaperti e n’era tornato senza una gamba, guadagnandosi a vita il rispetto di tutti.
Da alcuni giorni, da quando cioè il vescovo Guglielmino aveva mosso l’oste aretina verso Campaldino, lui era divenuto la massima autorità, tra le mura.
A Campaldino c’era stata la disfatta ed ora i Fiorentini vincitori venivano a prendersi Arezzo.
“Non c’è tempo per il pianto delle vedove” disse il Giratasca a quell’assemblea di teste chine. “Dobbiamo decidere se trattare la resa o difendere la città fino alla morte”.
Dalla sua posizione contorta, il Pulezza chiese la parola.
“Io dico di resistere”. Qualche testa si rialzò.
“Meglio morti che servi!” proclamò con enfasi grottesca. Un brusio d’approvazione serpeggiò nella sala.
“Ma non dite sciocchezze!” Tarlato, dei Tarlati di Pietramala, tra i pochi nobili sfuggiti alla mattanza di Campaldino, si rivolse furibondo al Giratasca: “Con che diritto si fanno parlare gli straccioni? È con loro che difenderete la città?”
Il popolo tornò serio e muto. Il Giratasca replicò duro: “Rendiamo onore al vescovo e ai cavalieri morti a Campaldino, ma chi ha perso non dovrebbe alzare la voce”.
Di nuovo il Pulezza chiese la parola: “Io son figlio di nessuno: mia madre morì nel darmi vita e quanto al padre, nessuno sa chi fosse. Così chiunque mi lancia un tozzo di pane può esser mio padre, e dunque son figlio d’Arezzo. Per questo ho diritto a parlare”. Si contorse sulla sedia: “Vecchi, donne e ragazzi difenderanno la città e il nobile Tarlato ci guiderà”.
Il nobile Tarlato s’alzò di scatto, torvo. Poi sbottò: “Pazzi!” e si fece largo verso l’uscita.
Ippolita gli si parò davanti sulla soglia. Campaldino s’era preso il suo uomo, e lei teneva un bambino in braccio. Non disse niente, ma i suoi occhi parlarono per lei e il Tarlati si vergognò d’essere scampato alla sconfitta. Serrò i pugni, si voltò e grugnì: “Vi pentirete di questa decisione. Domattina all’alba voglio tutti al Prato della Giustizia. Organizzeremo le difese e nessuno dormirà finché non avremo rimandato a casa i Fiorentini”.
Uscì evitando d’incontrare lo sguardo di Ippolita, e il brusio del popolo s’attaccò a quel filo di speranza.
Il Giratasca lanciò un’occhiata di gratitudine al mendicante e costui chiese a voce alta: “Qualcuno ha un tozzo di pane per il Pulezza?”.
Nanni Cheli - aprile 2014
Liberamente tratto da un'opera di Guido Cherici e da "Ruga Mastra libro secondo", Seneca Ed., Torino 2008

domenica 6 aprile 2014

Il ringhio dei botoli

Dopo una notte di pioggia battente, l’alba del 4 di giugno del 1502, un sabato, portò il sole sulla  fame di Arezzo, e gli sgherri a casa di Nerone.
Lo condussero in catene davanti al Commissario fiorentino, che lo accolse con un “Botoli ringhiosi!” sibilato a mezza voce. Parlava con lui, il Commissario, ma si rivolgeva a tutti gli Aretini: “Vi ribellate, ma io vi domerò. Fuori i nomi dei congiurati. Subito!”
Il Palazzo dei Priori
Nerone non rispose e fu chiuso nelle buie segrete del Palazzone, nella Cittadella fortificata da cui i Fiorentini dominavano Arezzo.
Si sentì perso. La congiura, scoperta per la delazione d’un traditore, era naufragata nel temporale di quella notte. Non avrebbe più visto la luce del sole, né accarezzato più le messi mature dei suoi campi.
Poi la campana suonò, forte, imperiosa. Gli Aretini uscirono dalle loro case riempiendo le piazze, per scoprire increduli che le Porte erano state chiuse: il Commissario aveva imprigionato l’intera città.
Le domande s’incrociavano nervose: “Come mai? Che succede? Hanno davvero arrestato Nerone? Perché?”
Nessuno aveva risposte, finché un prete saltò su un carro davanti alla Porta sbarrata di Santo Spirito, e arringò il popolo: “E’ per i grani! Ci vogliono affamare! Nerone tentava d’impedire che ci togliessero altro pane, e l’hanno rinchiuso. Liberiamo Nerone!”
“Nerone è un traditore” affermò il Commissario davanti ai Priori riuniti. “Chi ha fatto suonare la campana? Rimandate a casa la gente. Subito!” Ma non aveva armati sufficienti ad imporre la sua volontà.
“Portatecelo qui” propose il Gonfaloniere messer Lambardi, cittadino in vista. “Se è vero lo faremo parlare e il popolo di calmerà”.
Quando lo prelevarono, Nerone pensò che fosse per la forca, e invece lo condussero al Palazzo tra due ali di folla che reclamava la sua libertà.
“Ribellatevi!” gridò. “Mostratevi uomini!”
La moltitudine assalì gli sgherri e tolse Nerone dalle loro mani, mentre di sopra, nel salone, il Gonfaloniere faceva prigioniero il Commissario. “Le chiavi delle Porte. Subito!” gli intimò.
Il cavallo nero inalberato
“Arezzo è libera!” gridò il prete saltato in groppa ad un cavallo scosso.
“Libertà! Libertà! Pane! Pane!” urlava la massa.
La campana suonò mezzogiorno. Arezzo era tornata libera dopo più d’un secolo.
Seguì un pomeriggio d’euforia, di saccheggi e di vendette, finché a sera il vento della ribellione si placò e Nerone si ritrovò solo nella vasta sala d’armi del Palazzo, a chiedersi cosa sarebbe successo l’indomani.
Girovagò tra vecchie spade, vessilli sbiaditi, cotte di maglia arrugginite, elmi non più indossati da decenni. Sollevò il coperchio d’un cassone e ne trasse una sopravveste da battaglia che era stata bianca. Sotto il cavallo nero inalberato, orgoglioso simbolo della libertà aretina, lesse un motto latino:
A cane non magno saepe tenetur aper.
Anche un botolo può tenere a bada un cinghiale.
Lentamente la indossò, e uscì per tornarsene a casa. Nessuno, si disse, gliel’avrebbe più tolta. Sulla piazza gli ultimi capannelli commentavano i gran fatti della giornata: quel sabato i botoli aretini avevano ringhiato, e il cinghiale fiorentino, impaurito, s’era rinchiuso in Cittadella.

Nanni Cheli - aprile 2014